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Sito ufficiale della destinazione Argentario ©2025

3 - Dalla Fortezza Spagnola a Cala del Gesso

A/R 10,6km

circa 3,20h

Media ■□

Rosso

Descrizione del percorso

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Inizio: Dove la pietra racconta il mare
Fronte alla Fortezza Spagnola e Piazza del Governatore

Il percorso prende avvio ai piedi di uno dei simboli più riconoscibili dell’Argentario: la Fortezza Spagnola, che sovrasta il borgo di Porto Santo Stefano con la sua mole quadrata di pietra grigia. La struttura fu edificata dagli Spagnoli tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, dopo che Porto Santo Stefano entrò a far parte dello Stato dei Presidi — il sistema di domini costieri con cui la Corona spagnola controllava il Tirreno centrale. Non era la prima costruzione su quel colle: i Senesi avevano già scelto quel punto nel Quattrocento per la loro Torre di Santo Stefano, demolita dagli Spagnoli per fare spazio a qualcosa di più imponente. I lavori terminarono nel 1636 con le modifiche dell’ingegnere militare Pedro Álvarez. Nei secoli la fortezza resistette alle incursioni piratesche, fu potenziata dai Francesi in epoca napoleonica e continuò a svolgere funzioni militari fino alla Seconda Guerra Mondiale. Restaurata e aperta al pubblico dal 1997, ospita due mostre permanenti: Maestri d’Ascia, dedicata agli artigiani che per secoli hanno costruito a mano le barche in legno di questi mari, e Memorie Sommerse, che racconta la storia dell’archeologia subacquea lungo le coste della Maremma. Tra i reperti più sorprendenti ci sono undici frammenti di aulos — l’antico strumento a fiato greco, simile a un doppio oboe in avorio e bosso — recuperati dal fondale della baia del Campese, all’Isola del Giglio, dove una nave greca naufragò nel VI secolo a.C. Quegli strumenti erano destinati a fare musica: nelle cerimonie, nei banchetti, nelle battaglie. Sono rimasti in fondo al mare per duemilaseicento anni. Ora sono qui, a raccontarci che questo tratto di Tirreno era già allora un crocevia del mondo antico. Al momento della stesura di questa guida la Fortezza è interessata da un nuovo intervento di restauro, che si prevede concluso nel maggio 2026: vale la pena verificare le condizioni di accesso prima della visita.

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Il porto visto dall’alto, la città che lavora
Parte finale di  Via della Grotta

Lasciata la Fortezza alle spalle, il percorso si inerpica lungo Via della Grotta, una salita ripida che si apre tra le case del paese. Per un bel tratto camminiamo immersi nel tessuto abitato, tra muri di pietra, scalinate e scorci di vita quotidiana — niente panorami ancora, solo il respiro corto della salita e il profumo della macchia che comincia a farsi sentire. È quasi in cima, quando la strada sbuca finalmente allo scoperto, che la fatica viene ripagata: davanti a noi si apre all’improvviso una vista completa sulla “Vallata del Valle” e sul Porto del Valle, il principale scalo commerciale di Porto Santo Stefano. Da quassù si coglie in un solo sguardo l’anima produttiva del paese: i pescherecci ormeggiati, i magazzini sulla riva, i cantieri nautici dove ancora oggi si lavora il legno come si faceva un secolo fa. Questo fondale di baia fu scelto già dagli Spagnoli come approdo più riparato rispetto al Porto Vecchio, e nel Novecento diventò il cuore dell’economia locale, prima con la pesca, poi con la cantieristica. Il Rione Valle, che si estende lungo questa insenatura, porta nel proprio stemma l’ascia e il faro — due simboli che dicono tutto della vocazione di questa gente: costruire con le mani, guardare il mare.

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Una preghiera verso il cielo
Con una curva di 90° si torna spalle al mare incontrando dopo circa 50m la piccola chiesa sulla sinistra 

Poco oltre, il sentiero transita davanti alla Chiesa della Madonna del Cielo, nota anche come Chiesa delle Crocine — un piccolo edificio di culto che sorge sul ciglio del percorso, lontano dal centro del paese ma non dalla devozione popolare. Il titolo Madonna del Cielo è una devozione tipicamente marinara, legata all’immagine della Vergine che protegge i pescatori dall’alto — un’invocazione che in questi luoghi aveva il sapore concreto di chi ogni mattina partiva per mare sapendo che non sempre si torna. Secondo la tradizione locale, questa zona sarebbe stata teatro di apparizioni mariane, episodi che nel corso del tempo avrebbero alimentato la devozione degli abitanti e contribuito a fare di questa piccola chiesa un luogo di raccoglimento sentito e vissuto. La chiesa rappresenta uno di quei luoghi minori che il turismo di solito ignora ma che custodiscono la memoria più autentica di una comunità: una porta sempre socchiusa, qualche fiore fresco sull’altare, il segno che qualcuno passa ancora a pregare.

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Panorama sulla valle
Dopo circa 700m dalla Chiesa si apre la vista sulla Torre dell’Argentiera

Molto oltre la chiesa delle Crocine, il sentiero guadagna quota e a un certo punto, sulla destra, il paesaggio si apre in modo inaspettato sul versante est dell’Argentario. Siamo all’altezza del Poggio Spadino, e la vista abbraccia tutta la Valle dei Fondoni — una delle valli più interne e silenziose del promontorio — con i suoi terrazzamenti antichi e la macchia fitta dei crinali. Sul lato orientale della valle, nella parte che prende il nome di Valle del Castagno, si staglia dall’alto il profilo della Torre dell’Argentiera: una struttura medievale a pianta quadrangolare, alta 25 metri, che sovrasta l’intera zona con la sua presenza silenziosa. Le sue origini risalgono probabilmente al periodo degli Aldobrandeschi, potenti signori della Maremma medievale, costruita nel 1442 sotto la dominazione senese, e un affresco del XIII secolo nella Basilica romana di San Sebastiano alle Tre Fontane la ritrae già eretta e munita di cinta muraria. Il suo nome allude forse alla presenza di una miniera d’argento nelle vicinanze, mai del tutto confermata ma mai del tutto smentita. Subito dopo Spadino il percorso gira decisamente verso ovest, e il versante est comincia a lasciare spazio a qualcosa di diverso.

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Dove il promontorio svela il suo altro volto
Superato il Poggio di Spadino si apre la visuale e la discesa verso destra, verso il mare aperto

Subito dopo Spadino il percorso gira decisamente verso ovest, la macchia si riapre e in un istante il paesaggio cambia carattere: il versante est scompare alle spalle e davanti a noi compare il mare aperto del lato occidentale dell’Argentario — un orizzonte più largo e ventoso, con le acque scure del Tirreno che guardano verso l’Isola del Giglio, visibile nelle giornate limpide a una ventina di chilometri di distanza. È uno di quei momenti in cui ci si rende conto di stare davvero attraversando il promontorio da parte a parte.

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L’isolotto che custodisce i segreti del mare
L’Argentarola vista dal tornante con lo specchio

 Il sentiero offre uno dei punti panoramici più spettacolari dell’intero percorso: direttamente sotto di noi, staccato dalla costa, si intravede il piccolo isolotto dell’Argentarola — conosciuto un tempo anche come Argentino. Da quassù sembra quasi una roccia qualunque affiorante dal Tirreno, ma chi conosce questi fondali sa che nasconde un mondo straordinario. Le sue pareti sommerse sono ricoperte da foreste di gorgonie rosse e gialle, visibili già a pochi metri di profondità, tra cernie, murene, aragoste e barracuda. Ma il tesoro più prezioso è nascosto all’interno: la Grotta Grande, detta anche Grotta della Cattedrale, la cui apertura si trova a soli 4 metri di profondità sulla parete sud dell’isolotto e si sviluppa in ampie sale con stalattiti e stalagmiti sospese nel tempo. Questa grotta si è rivelata un archivio naturale straordinario: gli speleotemi prelevati a diverse profondità hanno permesso agli studiosi di ricostruire le variazioni del clima e del livello del mare negli ultimi 300.000 anni, rendendola un sito di interesse scientifico internazionale, unico nel Tirreno centro-settentrionale. I pescatori locali la conoscono da sempre con un altro nome, più familiare: la chiamano Grotta delle Pumadorine, perché le aragoste che tappezzavano la volta ricordavano le filze di pomodorini che nelle case contadine pendevano dal soffitto ad essiccare. Un nome bizzarro e affettuoso, che dice molto di come la gente di questo promontorio ha sempre guardato il mare.

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Via dei Pionieri: la strada che scende verso il mare
Dopo aver percorso la Strada Provinciale Panoramica per circa 150m 

Dal punto panoramico sull’Argentarola si scende verso la strada panoramica e dopo poco imbocca Via dei Pionieri, la strada che scende decisa verso la costa occidentale. Il nome evoca qualcosa di fondativo — chi erano i pionieri di questa parte del promontorio? Le fonti storiche digitali non lo documentano, ma il termine rimanda con ogni probabilità ai primi abitanti che nel corso del Novecento si stabilirono su questo versante più selvaggio e meno accessibile dell’Argentario, aprendo strade, costruendo case, addomesticando una costa che fino ad allora era rimasta quasi completamente integra. Camminando lungo questa discesa si capisce perché: il versante occidentale è più aspro, più ventoso, più difficile da raggiungere. Chi scelse di viverci lo fece con lo spirito di chi apre una strada nuova. Oggi quella strada porta noi, camminatori curiosi, fino alla riva.

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La torre dei Mori e la cala che porta il loro nome
Lungo la discesa finale alla spiaggia

Poco prima di raggiungere la spiaggia, il percorso da la possivilità di vedere la Torre di Calamoresca — e il nome non lascia spazio all’immaginazione. Secondo la tradizione locale questa insenatura riparata, difficile da avvistare dall’alto, fu frequentata dai pirati barbareschi — i “Mori” — come punto di approdo e rifugio lungo la rotta tirrenica. A presidio di questa costa vulnerabile gli Spagnoli eressero nel Cinquecento una torre di avvistamento, inserita nel sistema difensivo dello Stato dei Presidi che copriva l’intero promontorio.  Passarle accanto oggi, tra la macchia e il silenzio, fa un certo effetto: una struttura che per secoli ha tenuto d’occhio il mare, lasciata ora a fare i conti con il tempo.

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La Cala del Gesso, dove il viaggio finisce sul mare
L’arrivo alle Acque cristalline di Cala del Gesso

Il percorso si conclude con una discesa ripida di circa 700 metri — in parte cementata — che porta fino alla riva di Cala del Gesso, una delle spiagge più selvagge e meno accessibili dell’Argentario. Il nome viene dalle cave di gesso che in passato venivano estratte in questa zona, attività oggi scomparsa ma impressa per sempre nella toponomastica. Sulla destra della spiaggia si intravedono i resti della Torre di Cala Moresca di avvistamento, ennesimo presidio di un sistema difensivo che non lasciava baia senza sorveglianza. Di fronte alla cala l’isolotto dell’Argentarola — che abbiamo già ammirato dall’alto al punto 6 — appare ora in tutta la sua prossimità, con una prospettiva completamente diversa: non più un puntino lontano sul mare, ma una presenza concreta, rocciosa, a pochi metri dall’acqua in cui ci bagniamo. Il cerchio si chiude: siamo partiti da una fortezza che guarda il mare, abbiamo attraversato il promontorio da parte a parte, e siamo arrivati dove il mare lo si tocca con mano.

Immagini 

Immagini storiche
Fonte: Argentario il tempo che fù, gruppo FB