Home » Esplora » Percorsi e itinerari » Percorsi Trekking » 20 – Da Terrarossa al Convento dei Passionisti e ritorno
Partenza: Terrarossa: la terra che racconta
Partenza piazzale di Terrarossa
Il nome di questo luogo non è casuale. Alcune delle colline di Terrarossa ospitavano giacimenti di pirite, un minerale che affiora rossastro dal suolo, e proprio da quel colore che impregna la terra deriva il nome della località. Ma la storia di Terrarossa ha radici ancora più profonde: su un poggio qui vicino sorgeva il Forte di Terrarossa, una struttura difensiva costruita dai Francesi agli inizi dell’Ottocento, durante il periodo napoleonico, nel punto in cui erano già documentate postazioni difensive dello Stato dei Presidi. Si presentava a pianta stellata, con spesse cortine murarie e un fossato superabile con un ponte levatoio. Non ne rimane oggi nessuna traccia visibile. Poi arrivò il ferro. Nel 1872, Pietro Bausani di Porto Santo Stefano scoprì un giacimento ferro-manganesifero ai piedi del monte. L’attività estrattiva iniziò nel 1874 e proseguì fino al 1958, con una produzione complessiva stimata in oltre un milione e duecentomila tonnellate di minerale, pari secondo alcune fonti al 98% dell’intera produzione nazionale di ferro-manganese di quel tipo. Nel 1914 fu attivato un raccordo ferroviario a scartamento ridotto che si diramava dalla ferrovia Orbetello–Porto Santo Stefano per servire le miniere. Di quella stagione industriale, così lontana dall’immagine turistica dell’Argentario di oggi, rimangono le torri in cemento armato per la discesa dei pozzi di estrazione, ancora visibili dalla Feniglia e dalla laguna di Levante. La piana antistante, usata come piazzale di cernita del minerale, è diventata centro residenziale. È da qui, da questa terra che porta nel nome la sua storia più antica, che comincia il nostro cammino verso il convento.
Il segreto del corbezzolo e degli asparagi selvatici
Addentrandosi nella macchia mediterranea
Lungo questo tratto del sentiero, in autunno, una pianta attira subito lo sguardo con una stranezza che non ha eguali nella flora mediterranea. Il corbezzolo (Arbutus unedo) porta contemporaneamente sulla stessa pianta i frutti rosso fuoco dell’anno che sta finendo e i fiori bianchi a campanellina dell’anno che sta per cominciare. È uno dei pochi alberi al mondo capace di fiorire e fruttificare nello stesso momento, con un ciclo di maturazione che dura quasi dodici mesi. Per questo, da sempre, viene chiamato in molte zone “l’albero dei tre tempi”: verde delle foglie sempreverdi, bianco dei fiori, rosso dei frutti — gli stessi colori del Tricolore italiano, tanto che il poeta Giovanni Pascoli gli dedicò un’ode vedendo in un corbezzolo cresciuto sul Palatino di Roma una prefigurazione della bandiera nazionale. Il nome latino unedo significa letteralmente “ne mangio uno solo”: un avvertimento affettuoso, perché mangiarne troppi può causare qualche fastidio. In primavera, invece, chi cammina con occhio attento può scorgere tra i cespugli spinosi un altro tesoro commestibile: l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius), pianta tipica della macchia mediterranea che in questa stagione spinge fuori dal suolo i suoi germogli verdi e sottili, i turioni, più piccoli dell’asparago coltivato ma molto più saporiti e ricercati. I germogli dal sapore amarognolo vengono usati in cucina per frittate, sughi e risotti, ed è consuetudine raccoglierli da queste parti sin dall’antichità. La raccolta in Toscana è regolamentata per proteggere la pianta madre, un rispetto antico per una generosità altrettanto antica.
La voce dell’upupa e il profumo del finocchio
Via Acquedotto Leopoldino, tratto centrale
Se state camminando in primavera o in estate e sentite un suono che sembra provenire da lontano, un hup-hup-hup basso, ripetuto, quasi ipnotico, non cercate strumenti musicali o fonti d’acqua: è l’upupa (Upupa epops), uno degli uccelli più eleganti e riconoscibili di tutta la macchia mediterranea, e sull’Argentario è di casa. Il nome stesso è onomatopeico, deriva dal suo verso. Il maschio lo emette incessantemente durante il periodo riproduttivo, aprendo a ventaglio la cresta arancione dalle punte nere che sormonta la testa come una corona egizia. Qui, dove il leccio (Quercus ilex) comincia a chiudere le sue chiome sopra di noi, il picchio verde rompe il silenzio del bosco con il suo canto acuto e ridacchiante, come una risata improvvisa. Ma è un’altra presenza a dominare l’aria in estate: il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare), che cresce rigoglioso lungo i bordi del sentiero con i suoi fusti alti e le ombrelle di piccoli fiori gialli. Il suo profumo — intenso, anisato, inconfondibile — impregna l’aria calda del pomeriggio e sa di cucina toscana antica. In Toscana il finocchio selvatico viene usato per insaporire e profumare la finocchiona, il celebre salume regionale che prende il nome proprio da questo ingrediente. La finocchiona nasce nel Medioevo, in una Toscana contadina e pragmatica, dove il pepe era raro e costoso: i norcini utilizzavano quello che la terra offriva, i semi di finocchio selvatico, profumati e intensi, capaci di caratterizzare la carne in modo unico. Un aroma così deciso da dare origine al verbo toscano infinocchiare, che significa trarre in inganno — e che oggi, camminando qui tra questi fusti ondeggianti al vento, sembra tornare al suo senso più originale e innocente.
Il tintinnio nella notte
Tratto in quota, avvicinamento al Convento
Di notte, su questo tratto di sentiero, il bosco parla. Non con la voce delle foglie o degli insetti, ma con un suono secco, ritmico, come aculei che sbattono tra loro producendo un tintinnio inconfondibile: è l’istrice (Hystrix cristata), il più grande roditore d’Europa, che abita la macchia dell’Argentario ed è confermato tra la fauna stabile del promontorio. Notturno e schivo, percorre lentamente i suoi territori nella notte con un’andatura barcollante che non sembra quella di un animale capace di difendersi con gli aculei che ricoprono dorso e groppa, lunghi fino a trenta centimetri, a bande bianche e nere. Quando si sente minacciato li erge, batte i piedi sul terreno e agita la coda: quello speciale tintinnio è un segnale di allerta che i predatori imparano presto a rispettare. L’istrice è monogamo, vive in piccoli gruppi familiari e costruisce le sue tane negli anfratti rocciosi della macchia. Di giorno non si vede quasi mai, ma lungo il sentiero capita di trovare i suoi aculei caduti — striati di bianco e nero — come biglietti da visita silenziosi lasciati nella notte. In questa parte del bosco, salendo, la vegetazione si fa più fitta: il mirto impregna l’aria del suo profumo resinoso e le ginestre in primavera colorano di giallo le radure aperte.
Il silenzio che aspettava
Arrivo al Convento dei Passionisti
Arriviamo al Convento dei Passionisti dopo aver attraversato quasi tutta la larghezza del promontorio, da est verso ovest. Il silenzio qui ha una qualità diversa da quello del bosco: è un silenzio che non è assenza di suoni, ma una presenza. Il vento porta da un lato il profumo del Tirreno, dall’altro lo scintillio lontano della laguna di Orbetello, visibile da quassù nella sua interezza, con i tomboli che la separano dal mare aperto. È lo stesso panorama che San Paolo della Croce contemplò quando scelse questo luogo per fondare, nel 1737, il primo ritiro dei Passionisti: una solitudine non vuota, ma abitata dalla luce e dal paesaggio. Tra i cespugli intorno al convento il coniglio selvatico percorre i suoi tracciati abituali, indifferente ai secoli — fauna minuta che condivide con i frati questo angolo di promontorio da quasi tre secoli. I frati custodiscono anche un segreto più profumato: l’Amaro Argentarium, nato da un’antica ricetta dei Padri Passionisti, è acquistabile soltanto qui, in una piccola bottega del convento. Il negozio vende anche articoli religiosi e pubblicazioni ispirate alla congregazione — ma è il liquore di erbe, con il suo nome che porta inciso il nome del promontorio, a restare il souvenir più autentico che si possa portare a valle. Nelle giornate calde d’estate, il convento e i suoi dintorni diventano anche un luogo molto amato dai residenti dell’Argentario: è qui che i locali salgono per respirare l’aria fresca del bosco, cercare frescura e ritrovare silenzio lontano dalla calura della costa. Una tradizione silenziosa e popolare, che si affianca a quella religiosa da generazioni. La civetta, la notte, chiama da qualche parte tra le mura. E il bosco che abbiamo attraversato, visto da quassù, si distende verso est come un manto verde e continuo — la macchia mediterranea dell’Argentario, silenziosa e antica, che ha visto passare ogni cosa e continua a crescere.
Immagini storiche
Fonte: Argentario il tempo che fù, gruppo FB
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