Home » Esplora » Percorsi e itinerari » Percorsi Trekking » 19 – Anello delle Miniere
Punto di partenza: Tre Tele per Salvarsi la Vita
Partenza Cimitero di Porto Ercole
Si parte dall’incrocio tra Via Provinciale Orbetellana e Via Tramontana, dove si trova un comodo parcheggio. Imbocchiamo Via Tramontana in direzione nord, e nei primissimi metri il percorso ci porta accanto al Cimitero di Porto Ercole: un luogo raccolto e silenzioso che custodisce la memoria delle famiglie storiche del borgo, ma che richiama anche una delle storie più drammatiche della pittura occidentale. Il 18 luglio 1610, a pochi passi da qui, moriva Michelangelo Merisi detto il Caravaggio — uno dei più grandi pittori di tutti i tempi — a soli trentanove anni, stremato dalla febbre e dall’estate maremmana. Era fuggito da Roma quattro anni prima dopo aver ucciso un uomo in una rissa, e stava tornando per ricevere la grazia papale, interceduta dal cardinale Scipione Borghese. Con sé, sulla feluca da Napoli, portava tre tele — una Maddalena in estasi e due versioni di San Giovanni Battista — destinate proprio a Borghese come pegno della sua buona volontà: non semplici dipinti, ma la sua moneta di scambio, la prova tangibile che il genio era ancora vivo e produceva capolavori.
L’Incontro con la Natura
Percorrendo Via Tramontana
Saliamo lungo Via Tramontana e il vento si fa subito sentire. Chi conosce Porto Ercole sa che lì il vento del nord non arriva quasi mai: il borgo è affacciato a est verso la laguna, riparato dal corpo stesso del promontorio. Ma qui, appena si gira l’angolo verso nord-ovest, la tramontana è di casa — ed è esattamente lei che ha dato il nome a questa strada. Era il vento che i pescatori di Porto Ercole conoscevano bene non per averlo vissuto in paese, ma per i suoi effetti: asciugava il pesce appeso ad essiccare su questo versante esposto, portava il cielo pulito e l’aria secca dopo la pioggia, e secondo la tradizione locale «porta sfortuna in mare ma fortuna sulla terra». Nella macchia mediterranea che ci circonda spicca il leccio (Quercus ilex) e il corbezzolo (Arbutus unedo), con il lentisco (Pistacia lentiscus), il mirto (Myrtus communis), la fillirea (Phillyrea latifolia) e l’erica arborea — una macchia alta che può raggiungere le forme di un vero e proprio bosco sempreverde. In primavera il cisto colora i bordi del sentiero di bianco e rosa, mentre il rosmarino selvatico profuma l’aria a ogni passo. Le praterie aride calcaree dell’Argentario sono ricche di orchidee, e il promontorio ospita specie endemiche esclusive come la Centaurea paniculata var. litigiosa, presente solo qui, e la Coronilla juncea, presente in Italia soltanto sull’Argentario. Quanto alla fauna, nelle ore mattutine non è raro incrociare cinghiali e volpi, mentre sui versanti più impervi vive l’istrice (Hystrix cristata). In quota lo sguardo si alza spesso verso una poiana o un gheppio che volteggia sulla cresta — questo versante nord-ovest è il più selvaggio e meno frequentato dell’intero promontorio.
Una Via, un Nome, una Storia da Scoprire
Via dell’Acquedotto Leopoldino
Lasciata Via Tramontana, brevi sentieri di collegamento portano all’imbocco della Via Acquedotto Leopoldino, che si percorre tutta in discesa verso la piana di Terrarossa. Il nome rimanda con ogni probabilità alla stagione dei Granduchi di Lorena, che nell’Ottocento trasformarono profondamente la Toscana con grandi opere pubbliche — strade, bonifiche, acquedotti — lasciando il loro nome impresso nella toponomastica di interi territori. Che lungo questo versante corresse davvero un acquedotto di quell’epoca, o che il nome sia rimasto come traccia di un’opera minore o di un progetto mai completato, è qualcosa che solo la conoscenza diretta del territorio può chiarire. Quel che è certo è che l’acqua, su questo promontorio, è sempre stata una risorsa preziosa e contesa. Scendendo, lo sguardo si apre progressivamente verso la piana di Terrarossa e, più in fondo, verso la laguna di Orbetello. La via scende fino al depuratore, punto preciso dove il percorso cambia completamente carattere.
Il Tetto dell’Anello
La Cessa Tagliafuoco e Via Spaccamontagne
Dal depuratore il percorso imbocca una cessa tagliafuoco — un viale largo e soleggiato tagliato nella macchia densa per proteggere il bosco dagli incendi — e sale deciso fino al punto più alto dell’intero anello. È una salita secca e aperta, senza ombra, con la macchia alta ai lati e il cielo davanti. In cima il tracciato tocca per appena 79 metri la Via Spaccamontagne: giusto il tempo di capire perché esiste quel nome. Siamo esattamente sul filo che divide il promontorio in due, il valico naturale tra il versante est e quello ovest. Poi il sentiero prosegue e il paesaggio cambia all’improvviso: davanti a noi si apre il versante tirrenico dell’Argentario, con in basso tutta la lunghezza del Tombolo della Giannella, la striscia di terra che collega il promontorio alla terraferma verso nord-ovest, bagnata a ovest dal mar Tirreno e a est dalla laguna di Orbetello di Ponente. Il nome “Giannella” deriva da alcuni membri della famiglia omonima che nella seconda metà del Settecento ne coltivarono le porzioni; prima era conosciuta semplicemente come “il Tombolo”. Da quassù, con il mare aperto davanti e la laguna alle spalle, si capisce in un colpo d’occhio perché questo promontorio sia sempre stato uno dei luoghi strategici più contesi del Mediterraneo.
La Radura delle Torri
Arrivo alle Torri Minerarie
Il sentiero scende verso est attraversando la boscaglia densa, con il cielo che scompare tra le chiome dei lecci. Poi, improvvisamente, la vegetazione si apre e ci troviamo ai piedi di uno dei monumenti industriali più singolari della Toscana: le Torri Minerarie di Terrarossa, due strutture in cemento armato alte oltre quaranta metri che svettano solitarie nel paesaggio. Il panorama che si apre da qui è straordinario: sotto di noi la laguna di Orbetello si distende piatta e luminosa, con il Tombolo della Feniglia che la separa dal mare aperto e, più lontano, il Tombolo della Giannella che chiude il bacino a nord. La Punta Pertuso chiude a ovest il Tombolo della Feniglia e delimita a nord Cala Galera, il cui porto si distingue chiaramente in basso. Le acque salmastre della laguna ospitano una delle oasi naturalistiche più importanti del Mediterraneo: qui svernano i fenicotteri rosa, si posano aironi cenerini e avocette, e nelle stagioni di passo transitano migliaia di uccelli migratori. Un panorama che i minatori vedevano ogni giorno — ma con occhi diversi.
Il Ferro, la Malaria e un Milione di Tonnellate
Tra le torri
Siamo nel cuore dell’Anello delle Miniere. Nel 1872 un abitante di Porto Santo Stefano, Pietro Bausani, scoprì ai piedi di questo promontorio un giacimento ferro-manganesifero di grande qualità: minerale composto da limonite, magnetite e ossidi di manganese, con un tenore di ferro intorno al 30% e di manganese al 15%, ideale per la produzione dell’acciaio nei convertitori Bessemer-Siemens. I terreni appartenevano a Cesare Ugazzi, che entrò in società con i fratelli inglesi James e William Raë di Livorno, e nel 1874 iniziarono le estrazioni. L’attività aveva carattere fortemente stagionale a causa della malaria: in inverno il numero dei lavoratori triplicava rispetto all’estate. Nelle miniere lavorarono anche numerosi condannati del bagno penale di Orbetello. Poiché le gallerie erano limitrofe alla laguna, fu necessario dotare gli impianti di potenti idrovore per mantenerle asciutte. Nel 1916 la proprietà passò all’ILVA, poi nel 1939 alla Ferromin. Le due torri alloggiavano i motori dei pozzi; sotto di esse i pozzi estrattivi sono stati cementati. C’è un paradosso in questa storia: una delle due torri non fu mai messa in funzione, e l’altra operò per pochissimo tempo. Nel 1958 le gallerie furono lasciate allagare; la Ferromin continuò una piccola attività a cielo aperto fino al 1964, poi il silenzio. Si calcola che tra il 1874 e il 1955 la miniera abbia fornito oltre un milione e duecentomila tonnellate di minerale — un numero enorme, difficile da immaginare su questo sentiero tranquillo tra la macchia e il vento.
La Discesa verso la Provinciale
Discesa verso la laguna
Lasciamo le torri e scendiamo verso nord-est fino a raggiungere il punto più settentrionale dell’anello, dove il sentiero sbocca sulla Via Provinciale Orbetellana. Da qui in poi il percorso è tutto su strada. Guardando verso ovest e verso l’alto, le torri minerarie appaiono ancora in tutta la loro statura sul fianco del promontorio: è la stessa visuale che aveva chi arrivava da Orbetello percorrendo la Diga, e le torri erano visibili da lontano, segnale inequivocabile che in quel monte si lavorava. Da questo punto inizia la lunga discesa finale lungo la Via Provinciale Orbetellana, il tracciato che collegava storicamente Porto Ercole con Orbetello attraverso il versante est del promontorio, e che percorreremo interamente fino all’arrivo.
Costeggiando la Laguna
Costeggiando la laguna di Levante
Scendiamo lungo la Via Provinciale Orbetellana con la laguna di Orbetello sempre presente alla nostra sinistra. Questo specchio d’acqua salmastra, diviso in due bacini dalla penisola su cui sorge la città di Orbetello, è uno degli ecosistemi costieri più integri del Mediterraneo centrale. Il paesaggio agrario lungo questa fascia riprende spazio: ulivi a terrazza, qualche vigneto sopravvissuto, muretti a secco che disegnano i confini di poderi ormai in parte abbandonati. Si intuisce come questa fascia fosse un tempo molto più abitata e coltivata di quanto non lo sia oggi. In lontananza si distingue il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta di Orbetello, e nelle giornate limpide si intravede il profilo del Monte Amiata all’orizzonte.
Poggio Pertuso e il Ritorno a Porto Ercole
L’arrivo, avvicinandosi a Porto Ercole
Gli ultimi chilometri scorrono lungo la Via Provinciale Orbetellana in direzione sud, con Poggio Pertuso che si distingue sulla destra. Sul suo poggio sorge la Torre del Pertuso, una delle torri costiere del sistema difensivo dell’Argentario, mentre la Punta Pertuso chiude a ovest il Tombolo della Feniglia e delimita a nord Cala Galera, il cui porto moderno si intravede in basso. Da questo tratto si ammira anche il Forte Filippo, la celebre fortezza spagnola che domina l’ingresso di Porto Ercole. Il profilo del borgo si avvicina e l’Anello delle Miniere si chiude dove è cominciato: all’incrocio tra Via Provinciale Orbetellana e Via Tramontana, con il parcheggio a pochi passi. Abbiamo percorso quasi 9 chilometri tra vento, ferro, acqua e macchia — e un pittore maledetto che non riuscì a tornare a casa.
Immagini storiche
Fonte: Argentario il tempo che fù, gruppo FB
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