Home » Esplora » Percorsi e itinerari » Percorsi Trekking » 23 – Dall’inizio di Porto Santo Stefano al Forte del Pozzarello e ritorno
Il legno e il mare.
Partenza dal Cantiere Navale dell’Argentario
Il cammino inizia dal Cantiere Navale dell’Argentario, luogo simbolo della tradizione marinara di Porto Santo Stefano. Le prime notizie documentate sull’attività dei calafati all’Argentario risalgono tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Nel 1845 fu costruita una piccola darsena dove l’attività di calafati, carpentieri e maestri d’ascia si concentrò. Il Cantiere Navale vero e proprio nacque nell’ottobre del 1945, quando il paese mostrava ancora le ferite della guerra: le maestranze si riunirono e l’attività riprese con la riparazione dei motopescherecci danneggiati e con la costruzione di nuove barche da pesca, che rinvigorirono la flottiglia locale decimata dagli eventi bellici.
Nel dopoguerra il legname utilizzato proveniva dai boschi circostanti: olmo, quercia e pino. Dagli anni Sessanta il diporto è diventato la principale fonte di lavoro, e molte barche prestigiose si sono avvicendate al cantiere. Le maestranze si sono tramandate il proprio prezioso mestiere con l’avvicendamento generazionale.
Tra le lavorazioni più antiche spicca l’arte del calafato, il mestiere di sigillare le tavole di legno con stoppa e catrame per rendere le barche impermeabili. Un lavoro paziente e preciso, fondamentale per garantire la sicurezza in mare. Nel 2010, a Porto Santo Stefano, un progetto di preparazione e qualifica ha coinvolto giovani diplomati che si affacciavano al mondo del lavoro, tenendo viva questa straordinaria tradizione artigianale
La roccia e il vapore.
Ingresso nel primo foro
Il percorso prosegue attraversando i Fori, suggestivi passaggi scavati nella roccia alla fine dell’Ottocento. La ferrovia Orbetello–Porto Santo Stefano fu promossa dalla Società Nazionale Ferrovie e Tramvie (SNFT), che portò a compimento i lavori di realizzazione tra il 1911 e il 1913, nonostante le notevoli difficoltà incontrate nell’attraversamento della laguna di Orbetello. Le gallerie, insieme a un tratto in trincea in prossimità di Porto Santo Stefano, furono scavate direttamente nella roccia.
Il servizio era affidato a un trenino a vapore — il Baccarini, detto anche “La Caffettiera” dalla gente del posto — che partendo dalla stazione di Orbetello percorreva la diga artificiale, costeggiava la laguna e il mare dell’Argentario e si infilava nei Fori fino all’ingresso di Porto Santo Stefano. La Prima Guerra Mondiale portò benefici in termini di traffico: la Croce Rossa aveva aperto un ospedale dedicato ai feriti di guerra proprio a Porto Santo Stefano e ne faceva ampio utilizzo. Il servizio si interruppe definitivamente nel marzo del 1944, quando i bombardamenti alleati danneggiarono pesantemente sia Porto Santo Stefano che Orbetello.
Oggi i Fori rappresentano una preziosa testimonianza di archeologia industriale, tanto che il loro tracciato è destinato a essere inglobato nella futura Ciclovia Tirrenica.
La casa sul bordo.
Casa Cantoniera e la spiaggia
Subito dopo il primo Foro, sulla sinistra, si trova l’edificio dell’antica Casa Cantoniera, che ha dato il nome alla Spiaggia della Cantoniera. Le case cantoniere erano edifici di servizio collocati lungo le vie di comunicazione dove risiedevano i cantonieri, gli addetti alla manutenzione e sorveglianza del tratto di competenza. Da qui si gode una vista ampia su gran parte del paese affacciato sul mare.
Le braccia aperte sul porto.
Punto di osservazione del Molo Garibaldi e della Madonna Stella Maris ·
Sulla sinistra si estende il Molo Garibaldi, detto anche “molo antimurale”, nato per proteggere il porto dalla forza delle onde. Dal 20 giugno 2021 lungo il muraglione è possibile ammirare una mostra permanente d’arte storica a cielo aperto che racconta la Spedizione dei Mille: 40 opere pittoriche realizzate da artisti della Costa d’Argento, trasferite su piastrelle in ceramica, ricordano i giovani volontari locali che tra il 7 e il 9 maggio 1860 si imbarcarono a Talamone e Porto Santo Stefano per unirsi all’impresa garibaldina.
Verso la sua estremità si erge la statua in marmo bianco della Vergine Maria “Stella Maris”, simbolo di protezione per pescatori e naviganti. Collocata per la prima volta il 16 ottobre 1954 su un basamento raffigurante la prua di una barca, fu rimossa nel 1976 per lavori sul molo. Il 2 agosto 1986, su suggerimento di don Angelo Comastri, venne ricollocata su una nuova base raffigurante la Rosa dei Venti, sulla quale la statua si erge tra cielo e mare. Ancora oggi la Madonna, con le braccia aperte verso il porto, accoglie chi parte e chi ritorna — tanto che il molo viene spesso chiamato popolarmente “Molo della Madonna”.
La baia della bionda.
Continuando direzione: Punta Nera, La Bionda e il Pozzarello
Superato il secondo Foro, sulla sinistra si trova l’accesso alla Spiaggia di Punta Nera, insenatura raccolta ai piedi della roccia scura da cui prende il nome. Poco più avanti, oltre il terzo e ultimo Foro, si apre la Spiaggia della Bionda, una piccola baia con un braccio artificiale in sassi che protegge l’insenatura.
Nacque come Cala dei Tonni, per via della tonnara che vi era prospiciente, ma cambiò nome in seguito alla bionda signora che abitava la villa adiacente — un piccolo episodio di storia locale che racconta come il paesaggio dell’Argentario sia intrecciato con le storie di chi lo ha vissuto.
Continuando nel tracciato scavato per il trenino si raggiunge la strada provinciale e la Spiaggia del Pozzarello, riparata dai venti freddi di nord e molto frequentata nei mesi estivi.
La strada degli olmi.
Attraversando la provinciale per entrare in Via dell’Olmo
Percorrendo un breve tratto della provinciale si imbocca Via dell’Olmo, in località Pozzarello. È una strada collinare che conserva il carattere rurale del promontorio. Il nome richiama gli olmi, alberi un tempo diffusi lungo i poderi e tra i legni più utilizzati dai maestri d’ascia del cantiere navale.
Un filo sottile lega il bosco, la terra e il mare: la stessa quercia e lo stesso pino che ombreggiavano i vigneti finivano per navigare, trasformati in scafi, lungo le rotte del Tirreno. Il paesaggio agrario di vigneti e macchia mediterranea che accompagna questo tratto di percorso è l’espressione più autentica dell’Argentario lontano dal mare.
Il sentiero dei rifornimenti.
Salendo percorrendo la via militare di servizio
Seguendo il ramo di destra, la strada diventa sterrata e inizia a salire dominando la valle del Pozzarello. Questo tracciato nacque come via militare di servizio, utilizzata per trasportare materiali e rifornimenti verso le postazioni difensive in altura durante la costruzione e il presidio del Forte.
Il percorso segue il crinale con decisione, offrendo scorci sempre più ampi sul golfo e sul mare aperto. Con la dismissione delle strutture militari nel secondo dopoguerra, la strada perse la sua funzione strategica e si trasformò in percorso rurale ed escursionistico, restituendo alla natura ciò che era stato costruito per la guerra.
Il golfo a portata di sguardo.
Sguardo alla spalle su Cala del Pozzarello
Dopo la salita, il sentiero si apre verso il mare e regala uno dei panorami più belli dell’intero percorso: alle spalle rimane la Cala del Pozzarello con la sua spiaggia raccolta, davanti si stende il golfo con la sua forma semicircolare, e all’orizzonte si intuisce già la sagoma della costa di Talamone.
È in questo punto che si comprende la logica del paesaggio difensivo che ha plasmato questa parte del promontorio: il mare non è solo orizzonte, ma confine da sorvegliare. Gli ultimi metri conducono direttamente al Forte.
La fortezza nascosta.
L’arrivo al Forte del Pozzarello
L’ultimo tratto del percorso è tra i più suggestivi: si entra in una parte di collina scavata appositamente per accogliere la struttura, che rimane quasi interamente nascosta sotto il livello del terreno. È questa la sua forza — e il suo segreto.
Progettata nel 1874 e ultimata nel 1888, il Forte del Pozzarello è l’ultima fortificazione in ordine cronologico realizzata nell’area del promontorio dell’Argentario. Fu costruita dal Regno d’Italia con un preciso obiettivo strategico: proteggere il golfo Porto Santo Stefano–Talamone, ritenuto dagli esperti militari dell’epoca un possibile punto di sbarco di una flotta nemica che avesse come obiettivo Roma, da poco divenuta capitale del Regno.
La struttura segue i canoni delle fortificazioni militari piemontesi ottocentesche e si sviluppa a pianta trapezoidale, protetta da profondi fossati che seguono l’andamento delle cortine murarie su ciascun lato. L’accesso avviene attraverso una doppia porta ad arco tondo che si apre nell’intero spessore di una delle quattro cortine, rivestite esternamente in bugnato. Il complesso si sviluppa su tre piani attorno a un grande cortile centrale, difeso da un fossato con ponte levatoio.
Durante la Seconda Guerra Mondiale il forte fu dotato di armi antiaeree per difendere dai bombardamenti il porto di Santo Stefano. Nel dopoguerra venne utilizzato come polveriera e deposito di armi fino al 1975, anno della completa dismissione. Tra i dettagli originali ancora leggibili all’interno: le latrine per la truppa, la pompa che attinge l’acqua dalle cisterne sotterranee e le nicchie per le lampade con cappa fumaria, accessibili solo da un corridoio separato per evitare incendi nelle aree di stoccaggio degli esplosivi.
Oggi il Forte è al centro di un importante progetto di recupero. L’Agenzia del Demanio ha affidato la struttura alla Confraternita del SS. Sacramento e Misericordia di Porto Santo Stefano per 25 anni, con l’obiettivo di realizzare un Museo permanente del Forte, recuperare i sotterranei e le ex camerate delle truppe, e creare spazi aperti per conferenze e rappresentazioni teatrali.
La sentinella dall’altra riva.
Osservando il golfo si vede Forte di Talamonaccio · Talamone
Il Forte del Pozzarello non era un presidio isolato. Guardando verso sud dal promontorio, si comprende immediatamente la logica difensiva del sistema: dall’altra parte del golfo di Santo Stefano–Talamone, sul colle di Talamonaccio, sorgeva una struttura quasi identica, costruita tra il 1888 e il 1892 come complemento diretto al forte dell’Argentario. I due forti erano pensati per agire in coppia, con un sistema di fuoco incrociato capace di controllare l’intero golfo e rendere difficile qualsiasi tentativo di sbarco nemico.
Il contesto strategico era ben preciso: si temeva che in caso di guerra con Austria o Francia, i porti di Ancona e del golfo di Talamone potessero essere occupati dal nemico per tagliare le comunicazioni tra Nord e Centro Italia. Il generale Angelo Valle e lo scrittore Alois di Haymerle avevano sottolineato la vulnerabilità di questi tratti costieri, arrivando a proporre anche la costruzione di una ferrovia diretta tra Talamone e Ancona per rafforzare la difesa nazionale.
Ufficialmente denominata “Batteria di Talamone” nel giugno 1892, la struttura fu sempre conosciuta popolarmente come Forte di Talamonaccio. Durante i lavori di costruzione vennero accidentalmente danneggiati importanti reperti archeologici, tra cui i resti del tempio da cui proviene il celebre frontone di Talamone, oggi conservato al Museo Archeologico di Orbetello.
A differenza del Forte del Pozzarello, che ha conservato la sua struttura originaria ed è oggi oggetto di recupero, il Forte di Talamonaccio ha subito una sorte ben diversa: la sua fisionomia è oggi praticamente irriconoscibile, a causa della costruzione di un residence turistico nell’area. Due destini opposti per due forti nati identici, a testimoniare quanto fragile possa essere la memoria storica di fronte alla pressione urbanistica.
Immagini storiche
Fonte: Argentario il tempo che fù, gruppo FB
Per offrire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Acconsentendo a queste tecnologie, potremo elaborare dati come il comportamento di navigazione o gli ID univoci su questo sito. Il mancato consenso o la revoca del consenso potrebbero influire negativamente su alcune funzionalità.